Breve storia del Duomo


Le origini della parrocchia

Verso il 1365 Francesco Carrara, signore di Padova e del Bassanese, fece costruire il “FLUMEN ROXATAE” (il corso della Rosata = Roggia) attraverso questa immensa campagna per portare l’acqua e per alimentare i mulini di Cittadella. Con questa roggia si erano create le condizioni necessarie perché la grande campagna della “Rosada” potesse venire abitata. Lungo il suo corso sorgeranno infatti le prime case. Gli abitanti di questa terra furono chiamati “Homines roxatae” cioè “gli uomini della rosta”. Intorno al 1460 gli abitanti della Roxata, col beneplacito dei cittadini di Bassano, cominciarono a costruirsi una cappella e come per tante opere pubbliche ci vorranno alcuni anni per completarla. Ma intanto si provvide fin da subito a dotarla di un cappellano dipendente direttamente dalla pieve di S. Maria in colle di Bassano.
Il 6 dicembre 1525 Rosà fu eretta a parrocchia con un beneficio di 25 campi e posta sotto la protezione di S. Maria e di S. Antonio Abate.

La prima parrocchiale era una chiesetta piccola e semplice con un campanile incorporato di fianco, dotata di 4 altari: l’altare maggiore dedicato a S. Antonio Abate, uno alla Madonna del parto “Vestita e governata”, uno al santissimo nome di Gesù e uno a S. Rocco. A questi altari se ne aggiunsero altri due nel 1593, e l’arciprete Gasparo Angarano commissionò due nuove pale: una rappresentava S.Bovo confessore e cavaliere, S. Rocco confessore e S. Pancrazio martire (ora si trova sopra la porta della sagrestia), L’altra rappresentava S. Valentino prete e martire, S. Lazzaro e Santa Marta (ora si trova sul primo altare di destra).
All’inizio del 1600, Rosà si ricostruì la sua chiesa sullo stesso posto della precedente però con orientamento diverso. L’aumento della popolazione e il bisogno di allargare il cimitero portarono all’edificazione di un edificio più grande, nel quale furono collocati i sei altari della chiesa precedente ed uno nuovo, opera del bassanese Orazio Marinali, dedicato alla Madonna del Rosario. Questa seconda chiesa era però destinata a durare poco…

La chiesa attuale

All’inizio del 1700 la parrocchia di Rosà possedeva 160 ducati frutto di un lascito testamentario di un certo Carlo Santo Austoni morto nel 1691.
II parroco don Gosetti, appoggiato dall’amministrazione comunale, presentò domanda nel 1716 al vescovo Sebastiano Venier per ingrandire ed innalzare il Coro, che era troppo stretto e basso. L’attuale presbiterio fu costruito con quei soldi durante la reggenza di don Michelangelo Simeoni, dal 1720 al 1730 circa. Poi si decise di ingrandire anche la navata e si ricorse al disegno del giovane architetto bassanese Giovanni Miazzi (1699 -1797). II Miazzi è la prima personalità del bassanese che introdusse il gusto “greco – romano” liberando il territorio dalle discutibili imitazioni del barocco. All’interno creerà un misto di barocco sobrio (vedi stucchi) con superfici incurvate agli angoli del soffitto e linee pre-classiche come gli architravi tra le colonne corinzie.
Dopo aver demolito anche le adiacenze del parroco, al quale nel frattempo il comune trovò una sistemazione in affitto, la chiesa venne allargata a tre navate; quelle laterali erano separate dalla centrale per mezzo di colonne monolitiche levigate di Possagno sormontate da capitelli corinzi ricchi di foglie d’acanto.
Intanto il pittore bassanese Giuseppe Graziani dipingeva su tela verso la metà del secolo, l’ascensione di Gesù per il soffitto del coro. Tra il 1730 e il 1750 circa, sotto il parroco don Antonio Potti, la costruzione della chiesa risulta nelle sue linee fondamentali terminata. Ci sono gli stucchi, le vetrate, i quadroni del pavimento e, sul cielo della chiesa, viene dipinta l’Assunzione della Madonna da parte del pittore veneziano De Santi. Si costruisce anche l’altare Maggiore attuale col tabernacolo opera forse del tagliapietre Giovanni Bonato, sovrintendente e uomo di fiducia dei rosatesi. Nel 1746 si costruisce l’altare di S. Antonio in pietra detta biancon, uguale a quello in faccia della SS. Concezione che ha la nicchia, mentre il primo ha la pala. Autore dei due altari probabilmente fu il vicentino Giacomo Cassetti. Si tratta degli altari attuali di S. Giuseppe e della Madonna della salute. Intanto nel 1748 si fa il disegno anche del nuovo campanile, staccato dal corpo della chiesa e tutto fa supporre che sia dello stesso Miazzi. E si dà inizio alle fondamenta.

Il 30 luglio 1763 il parroco don Francesco Vittorelli stipula il contratto con lo scultore Giuseppe Bernardi, detto Torretti di Pagnano (TV) (1694 – 1774, che ha il merito di essere stato il primo maestro del Canova), di due statue laterali al tabernacolo: una di S. Antonio Abate di Coma e l’altro di S. Spiridione, oltre al “Resurrexit” sulla sommità del tabernacolo (che non è di marmo, ma di legno e stucco), il tutto di marmo grigio di Carrara. Nelle due statue ben lavorate, che sembrano quasi due sentinelle, c’è di curioso la posizione del pastorale:
S. Spiridione (a destra di chi guarda), compatrono di Rosà, tiene il pastorale con la mano sinistra perché era vescovo e con la destra doveva benedire i fedeli, mentre S. Antonio abate (a sinistra) lo tiene con la destra perché non era vescovo ma solo abate e non poteva benedire. Certo però il motivo estetico ebbe il suo peso in queste soluzioni così completato, l’altare maggiore è imponente e ad un tempo armonioso.
II 6 novembre 1767 si stipula il contratto di compravendita fra il comune e il nob. Leonardo Dolfin per l’acquisto dei terreni dove sorgeranno l’attuale canonica e la piazza antistante la chiesa. II disegno allegato all’atto di compravendita porta la firma di Giovanni Miazzi, perito pubblico e tutto lascia supporre che anche il disegno della canonica sarà suo. Intanto viene ripreso il lavoro di costruzione del campanile e viene ultimata la canonica. E’ ora il momento che si avverte il bisogno di dare una bella facciata ad una chiesa così imponente che dà sulla piazza, e si ricorse per il disegno all’abate Daniello Bernardi di Bassano (1729 – 1806), figura di intellettuale “dilettante di architettura” che teneva una scuola in città.

Con l’arrivo di Napoleone nel 1796 la facciata e la canonica risultano terminate, mentre vengono sospesi i lavori di completamento del campanile. I marmi della facciata sono di Antonio Sterle di Vicenza, autore fra l’altro del rosoncino scolpito nel timpano. Nel primo ottocento la facciata sarà così ornata di ben statue tutte in pietra rappresentanti le tre virtù teologali: Fede, Speranza, Carità, S. Antonio abate e S. Spiridione; sono attribuite ai fratelli Bosa da Pove del Grappa.
II campanile alto 70 metri, verrà inaugurato nel 1817; la chiesa sarà consacrata il 12 settembre 1819 dal vescovo di Vicenza Giuseppe Maria Peruzzi in occasione della sua visita pastorale (vedi lapide al fondo della navata nord). Rosà aveva una bellissima chiesa, di cui andar fiera. Quanto al cimitero attorno alla chiesa e alle tombe all’interno, tutti saranno chiusi per motivi igienici, come prevedeva la legge napoleonica, e il paese avrà il suo cimitero, l’attuale, che verrà benedetto il 30 dicembre 1832.
E don Luigi Zaffonato nel 1865 ottenne, dal vescovo di Vicenza Antonio Farina per sè e per i suoi successori il titolo di “Arciprete” (vedi lapide all’inizio della navata sud) e dovranno passare ancora 100 anni, vale a dire nel 1965, con mons. Mario Ciffo, perché la chiesa possa pregiarsi del titolo di “DUOMO” (vedi lapide all’inizio della navata nord).
La chiesa nel 1900
II Duomo, così come siamo abituati a vederlo oggi, è sempre stato così o ha subito delle variazioni?
Nell’ultimo ‘800 si è avvertito la necessità nell’altare maggiore di aggiungere un nuovo tabernacolo per conservare il SS. Sacramento, essendo scomodo perché troppo elevato dalla mensa, il tabernacolo originale.
Nel coro sopra l’altare maggiore fino al 1944 un grande damasco rosso con bordi e cordoni dorati (padiglione) scendeva da una corona di legno e stucco, con lavorazioni rappresentanti angioletti, festoni di fiori, spighe, grappoli d’uva e altri simboli, per far da sfondo e dare così maggiore imponenza sempre all’altare stesso.
All’inizio di questo secolo ci fu anche la tentazione con mons. Celadon di allungare la chiesa (c’erano 12.000 abitanti), vanificata dopo la I° guerra mondiale dallo smembramento delle frazioni in curazie; ma la chiesa subì i primi (avori di restauro al tempo di mons. Filippi in occasione dei festeggiamenti del 1925 per il IV° centenario dell’erezione a parrocchia. Furono lavorate in marmorina le 34 lesene delle cappelle da Giulio Finato da Lobbia in Persegara; furono fatte le bussole delle porte, intagliate da Dalla Vecchia di Sant’Orso; fu rifatto parte del pavimento da Meneghetti di Bassano togliendo anche delle pietre tombali (in questa chiesa le tombe di famiglia erano una quindicina più altre appartenenti a congregazioni); furono ritoccati gli stalli del coro da Pietroboni di Bassano; furono rifatte le cornici (le attuali) alle pale di S. Bovo e della Circoncisione che presero posto sopra gli stalli in coro; fu sostituito il pulpito che era fissato a metà di una colonna vicino alla porta laterale nord (si saliva per una scaletta a chiocciola) con l’ambone lavorato da Aristide Stefani di Bassano; l’organo e la cantoria che erano situati sopra la porta principale in una specie di loggia in legno lavorato (si saliva per una scala interna, la cui entrata si trovava dove ora c’è il confessionale di sinistra), furono spostati nel presbiterio di fianco all’altare (a nord) (N. B. l’organo nuovo dei fratelli Pugina di Padova verrà inaugurato il 1° mercoledì di maggio del 1926).
Gli altari laterali ebbero in questo secolo modifiche e cambi di devozioni. Eccetto 2 che sono dell’ultimo seicento, tutti gli altri risalgono al XVIII secolo: e sono di marmo.

A destra nella navata sud:

Altare di San Valentino, con l’omonima pala del 1593. Nel paliotto dell’altare è scolpita l’immagine del Santo in vesti liturgiche. Tra la mensa dell’altare e la pala, fino al primo 900 c’era la custodia delle Reliquie, due delle quali autenticate dal Cardinale, vescovo di Padova, Gregorio Barbarigo (in luogo a parte si conserva ancora la porticina della custodia), poi in detto luogo si collocò l’immagine in cera di Maria Bambina, dono di Vittoria Casale. Nel mese di giugno appariva su questo altare anche la statua di S. Luigi Gonzaga.
Altare del S. Rosario, opera del Marinali. Sotto mons. Filippi furono aggiunti i 15 piccoli dipinti di forma circolare raffiguranti i misteri del rosario.
Altare di San Giuseppe, risalente al 1746. La statua fu acquistata da mons. Filippi nel 1920 assieme a quella del S. Cuore e di S. Antonio da Padova. Prima in detto altare c’era una tela del Papafava (firmata); in essa erano raffigurati la S. Famiglia, un angelo, S. Benedetto e un beato. (non si conosce dove ora sia tale dipinto), e ancora prima c’era la pala di S. Bovo.
Altare delle Anime Purganti. E’ in marmo scuro. La pala è attribuita a Momello da Nove, ma in realtà non si sa di chi sia, poiché a Nove non è mai esistito un tale pittore (forse è un soprannome?).

A sinistra dalla navata nord:

Altare di S.Antonio da Padova. E’ così chiamato dal 1920, ma in realtà era l’altare di SS. Nome di Gesù (risalente all’ultimo ‘600) e aveva la pala della Circoncisione. E’ il più artistico altare laterale della chiesa, rivolto simili per pittura e devozione a quello di S. Maria in Colle di Bassano.
Altare del Sacro Cuore. In questo altare si nota che fin dalla sua origine ci Fu sempre una statua; lo dimostra la nicchia la cui parte superiore ha la forma di conchiglia. Nelle note della visita pastorale del 1913 si trova elencato un altare dedicato al S. Cuore, perciò rima dell’attuale statua (acquistata nel 1920° ne esisteva un’altra. Qualche anziano (dell’altro secolo) ricorda di aver visto in quella nicchia il S. Rocco, statua che ora si trova nella chiesetta di Borgo Tocchi.
Altare della Madonna della Salute, fatto sullo stesso stile di quello di S. Giuseppe e risalente al 1746. La statua fu acquistata nel 1946 quando era arciprete mons. Albiero. Prima c’era l’attuale statua della Madonna vestita che si porta in processione.
Altare del Fonte Battesimale. Ha una pala, attribuita anche questa a Momello da Nove raffigurante il battesimo di Gesù nel Giordano. Il fonte fu semplificato nel 1925: aveva il coperchio della vasca battesimale di legno tinto di bianco con alla sommità due testine di angioletti (molto carini). Poi da alcuni anni il coperchio attuale in metallo con rappresentanti lo Spirito Santo, la sorgente di acque e gli apostoli. Presso l’altare delle Anime in un apposito tabernacolo è custodita là reliquia della Santa Croce (dono alla chiesa di Rosà da parte del nobiluomo Bartolomeo Caffo nel 1732. Un identico tabernacolo presso il battistero serve per la custodia degli oli Santi.